"Dalla Paganella a Uluru - Profili dell'emigrazione trentina - in australia 1846-2009" è il nuovo libro di Renzo Tommasi con la collaborazione e traduzione in inglese di Padre Padre Ferruccio F. Bertagnolli.
E' una approfondita e coinvolgente ricerca sull'dell'emigrazione Trentina in Australia ripercorrendo 150 anni di storia grazie ai racconti dei protagonisti e dei loro nipoti
Sono lieto di collaborare con Renzo per lo sviluppo di un sistema geoweb che permette di localizzare i nostri conterranei e le loro storie dal loro sbarco nel nuovo continenete fino ai giorni nostri.
Il blog potrà inoltre essere utilizzato come un punto di raccolta dove anche i protagonisti dell'emigrazione Trentina potranno scrivere direttamente le loro storie correlate di foto, video e mappe e divenire un importante punto di contatto per tutti i Trentini nel Mondo.
PrefazioneL'Australia è l'isola più estesa del globo terrestre. L'unica isola ad essere un continente. L'unico continente ad essere una nazione. L'unica nazione nata da una colonizzazione galeotta nella più ampia accezione del termine. Infatti la Botany Bay, scoperta nel 1770 dall'esploratore inglese James Cook, e avvistata pure dal veneziano Antonio Ponto con i novantaquattro membri dell'equipaggio del brigantino Endeavour, fu ritenuto il luogo più adatto per l'insediamento di una nuova colonia penale. Il 26 gennaio 1788, da quel momento celebrato come l'Australia Day (che per gli aborigeni invece segna l'inizio dell'occupazione europea), sbarcarono dagli undici vascelli attraccati a Port Jackson, nella baia di Sydney, il primo migliaio di militari e detenuti, denominati i First Fleeters, fra cui il siciliano Giuseppe Tusa.
Capitanati e successivamente governati da Arthur Phillip, fondarono il primo avamposto del New South Wales. Da lì ebbe inizio la colonizzazione di quella che fu considerata, fino a una ventina d'anni fa, "Terra Nullius", benché fosse abitata da aborigeni da circa 40.000 anni. Una colonizzazione che non si fermò finché non raggiunse l'ombelico della loro civiltà, lo straordinario Uluru, il monolito rinominato con Ayers Rock.
Per quanto fosse alto il numero della popolazione carceraria, si pensi che fino al 1830 i deportati furono 63.000 e solo 14.000 i coloni liberi, una volta avviato il processo di adattamento ad un ambiente climaticamente aggressivo, e man mano che si scoprivano enormi quantità di risorse naturali della Down Under (dal 1817 battezzata Australia), le autorità britanniche si convinsero ad allargare la presenza dell'Impero promuovendo l'emigrazione.
Tra il 1841 e il 1850 su 140.000 arrivi quelli forzati furono 32.000. Da tenere presente che l'alto numero dei detenuti, fossero essi delinquenti comuni o prigionieri politici, era funzionale ad un'espansione del controllo territoriale a bassissimo costo: chi doveva scontare la pena veniva assegnato ai lavori pubblici o ai latifondisti quale forza lavoro vincolata, ossia con la mera retribuzione dell'alimentazione e del vestiario finché non avessero scontato la pena (notare che questo sistema fu adottato durante la II Guerra mondiale con gli immigrati che furono internati).
In misura indirettamente proporzionale con il prender piede del movimento emancipazionista inglese, si ricordi che la schiavitù era già stata abolita al congresso di Vienna del 1815, l'uso di questo metodo diminuì quanto la quantità di deportati. A metà dell'Ottocento si chiuse così il periodo denominato ‘Età penale' e si entrò nel periodo dell'emigrazione assistita, soprattutto di prolifici irlandesi cattolici, da considerarsi a tutti gli effetti profughi economici. Al contempo si sparse la notizia della scoperta di ricchi giacimenti auriferi presenti nell'immensa e selvaggia isola dichiarata vergine. Da enorme valvola di sfogo per i sudditi indesiderati l'Australia divenne un'opportunità per ingrandire geo-politicamente e alimentare economicamente le mire imperialiste anglosassoni.
Al motto "Popolare o perire", che faceva eco al "Popolare è governare" proferito dagli ispanici nel Nuovo Mondo, nel decennio 1851-'61 sbarcarono nei porti australiani circa 600.000 individui, in maggioranza britannici, ma pure europei, genti dell'arco alpino e, entrando nello specifico, i primi trentini di Prezzo, un paese montano delle Valli Giudicarie. Cercatori d'oro, swagmen, sojourneur, uomini che per elevare la propria condizione sociale e quella delle loro famiglie si mettevano in viaggio con l'intenzione di lavorare alcuni anni all'estero per poi ritornare al paese a coltivare le proprie campagne.
Dal 1869, con l'apertura del Canale di Suez, progettato dal trentino Luigi Negrelli, il viaggio risultò essere più breve e l'Australia più appetibile solo per questi avventurieri, specie a seguito della terribile crisi economica determinata dalla deflazione e dal crack della borsa di Vienna, avvenuto nel 1873. Il fenomeno dell'emigrazione a goccia, che era destinato a diventare nell'arco di un lustro un rivolo e poi un torrente verso i paesi dell'America Latina e degli Stati Uniti d'America, continuò a caratterizzare la presenza dei trentini nella comunemente chiamata "terra dei canguri" fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, con il passaggio del Trentino all'Italia ma soprattutto con l'inizio dell'Era fascista.
È solo da questo periodo storico in poi che la presenza dei trentini in Australia assunse un certo rilievo. Erano per lo più agricoltori che si recavano nel Queensland settentrionale, dove già nella seconda metà dell'Ottocento si era sviluppata una fiorente industria dello zucchero che richiedeva, nella stagione della raccolta, molta manodopera non specializzata, oppure nel Victoria, nelle valli delle Australian Alps, alla coltivazione del tabacco o come boscaioli, oppure nelle miniere del Western Australia o nei vigneti della Barossa Valley nel South Australia.
Questi immigrati erano uomini soli, stagionali, che vivevano come swagmen. Si muovevano nel variegato territorio australiano da una raccolta all'altra o alternavano i periodi di raccolta con lavori nel campo edile nelle grandi città. Alcuni di loro, intravedendo la possibilità di un maggior guadagno, organizzarono squadre specializzate, partecipando alle assegnazioni di appalti nelle opere pubbliche, o sottoscrissero contratti di mezzadria con privati per poi diventare essi stessi produttori; da qui il richiamo di parenti dal Trentino e le premesse di una emigrazione, sebbene temporanea nelle intenzioni, che da stagionale tendeva sempre più ad essere temporanea di lunga durata e quindi definitiva. Più la loro condizione era legata ai cicli produttivi della terra o alla stabilità del mercato del lavoro più si richiedevano ricongiungimenti familiari, un flusso interrotto dalla fine del 1939 al 1946 a causa degli eventi bellici. Non sono pochi i casi registrati di figli di emigrati trentini che videro il padre per la prima volta dopo sette o addirittura undici anni, stranieri in terra straniera.
Il flusso di emigrati trentini in Australia si consolidò nel secondo dopoguerra sia attraverso i ricongiungimenti familiari sia per mezzo di accordi inter-governativi di push and pull. L'elevato tasso di disoccupazione a fine ricostruzione in Trentino alimentò le richieste da e per l'Australia. Gli emigranti, a parte genitori, mogli, fratelli e figli che raggiunsero i loro cari, erano in maggioranza giovani celibi, siano essi artigiani o contadini, che si recavano colà, per usare una locuzione in voga a fine ‘800 ma che ben si adatta a metà ‘900 al Nuovissimo Mondo, per essere occupati presso l'ambiziosa opera idroelettrica delle Snowy Mountains (dighe, gallerie, strade: iniziato nel 1949 il Snowy Mountains Hydro-Electric Scheme, con manodopera quasi esclusiva di immigrati, si concluse nel 1974) e la costruzione delle linee ad alta tensione contattati dall'impresa bolognese SAE, in Australia EPT (Electric Power Transmission), oppure presso i latifondisti trentini dediti alle coltivazioni della canna da zucchero o del tabacco.
Giovani che poi in buona parte, raggiunta una condizione economica soddisfacente, rientravano per accasarsi nei loro paesi d'origine. Alcuni di loro si fermarono in Trentino, ma la maggior parte ritornò in Australia con la moglie ritenendo che offrisse più opportunità per il loro futuro e per i loro figli. Erano giovani accomunati al loro sbarco sulle coste australiane dalla permanenza coatta nel famoso ‘centro di accoglienza' di Bonegilla (Northern Victoria).
I vari governi australiani perseguirono una linea molto restrittiva nell'affrontare il capitolo dell'immigrazione di non britannici. Gli Immigration Acts vennero emanati a seconda della necessità o meno di forza lavoro oppure per sviluppare e popolare una certa zona, tenendo come base fissa che la percentuale degli immigrati non-British (rigorosamente di sana e robusta costituzione) non dovesse mai mettere in discussione la predominanza inglese.
Nel secondo dopoguerra il controllo si esplicita, come fu a Ellis Island negli USA, adattando nel 1947 un campo militare, costruito nel '40 per gli enemy aliens, a luogo di accoglienza e di smistamento dell'elemento ‘alieno'. Riportando alcuni numeri esposti in quello che oggi è diventato il Museo dell'immigrazione di Bonegilla, all'arrivo dei primi flussi nel dopoguerra, quando l'Australia aveva 10 milioni di abitanti, si registravano 85.000 entrate nell'arco di 3 anni; nel 1948-'49 circa 10.000 entrate, nel 1949, da giugno a dicembre, 22.000 entrate; nel 1951 vi fu il "last intake of Displaced Persons from Europe.
Assisted Migrant Scheme"; nel 1952 l'esercito lasciò Bonegilla; nel 1957 all'arrivo dei rifugiati ungheresi erano già passati da Bonegilla circa 250.000 immigrati; nel 1958 il numero di immigrati nei ‘reception centres' si ridusse al minimo; nel 1965 l'esercito tornava a Bonegilla; nel 1967, con i rifugiati Cechi si chiuse definitivamente il Reception Centre di Bonegilla al motto "Strength in diversity".
Malgrado il motto di chiosa, non ci si deve aspettare che le frontiere australiane da quel momento in poi fossero diventate più permeabili, anzi. Con ciò, in parte, si spiega il sistema dello sponsorship, della sponsorizzazione, dell'atto di richiamo che determinò lo svilupparsi del fenomeno conosciuto con chain migration, l'emigrazione a catena, un termine non a caso coniato da John e Leatrice MacDonald sulla base di uno studio scientifico condotto sull'emigrazione italiana in Australia.
Pur ritenendo che solo un'approfondita indagine accademica può qualificare e quantificare tale fenomeno, i connotati peculiari di questo tipo di emigrazione prendono forma e emergono chiaramente dalla tornata di interviste che stanno alla base del presente libro. Una carrellata di personaggi intrinsecamente legati fra di loro sia dalla condizione di essere trentini in una nazione anglosassone sia da un legame di parentele o amicale sia perché spinti dalle medesime condizioni economico-sociali quanto, si potrebbe aggiungere, politiche. Questi legami di base sono tanto stretti e le circostanze tanto simili che ci presentano a tutto tondo, a 360 gradi, il paradigma di questo fenomeno definito dagli storici "emigrazione a catena".
Di conseguenza, dato il carattere recente dell'emigrazione in questione nel panorama più ampio dell'emigrazione e dell'immigrazione, si è ritenuto opportuno riservare un ampio spazio alla memoria orale, con tutti i limiti della fonte orale rispetto a quella scritta, mantenendo inalterati i tratti linguistici degli intervistati, presumendo che questa proposta letteraria possa descrivere, nel tetto di un campione di 150 interviste, la realtà dell'emigrazione trentina in terra australiana in una veste tipografica di facile consultazione in cui il soggetto possa riconoscersi e sentirsi attore e non oggetto della ricerca.
Nel medesimo tempo si è cercato di non tralasciare i contenuti atti ad una investigazione e a una lettura scientifiche, puntellando il percorso con solidi rimandi bibliografici. In sostanza il libro ambisce ad essere, attraverso una galleria di personaggi e alla raccolta delle loro memorie storiche, un percorso propedeutico ad un'indagine tutta da svolgere e da approfondire che possa chiarire a tempo debito il fenomeno dell'emigrazione trentina in Australia che appare, a volo d'uccello, non tanto rilevante numericamente quanto qualitativamente.
Nota metodologica
Il materiale reperito per la presente pubblicazione (audio, video, fotografico e documentale) è frutto di un viaggio di ricognizione in Australia (14 gennaio 2008 - 15 febbraio 2008), accuratamente preparato dal consultore della Provincia Autonoma di Trento, Franco Dondio, e dal Padre salesiano Ferruccio ‘Frank' Bertagnolli, entrambi da più di mezzo secolo in terra australiana, veri collante della comunità trentina, che sebbene sparsa in tutti gli Stati del continente si è organizzata, nei luoghi di maggiore concentrazione, in forme associative quali delegazioni e circoli in numero tale da essere rappresentati a mezzo della Federazione dei Circoli trentini d'Australia (attuale presidente Silvano Rinaldi).
Franco Dondio e Padre Bertagnolli, il quale oltre alla missione legata al suo ordine si occupa di mantenere saldo il legame spirituale con la terra d'origine degli emigrati trentini, organizzarono con largo anticipo gli incontri con le persone da intervistare, sia presso i Circolo trentini (Sydney, Wollongong, Camberra, Mackay, Melbourne, Myrtleford, Adelaide e Perth), sia presso club italo-australiani (Marconi Club di Sydney, Fraternity Club di Wollongong, Savoy Club di Myrtleford, Italian Club di Perth), sia in case private. Di fondamentale aiuto sono stati i presidenti dei citati Circoli per risolvere sia le questioni logistiche che, soprattutto, quelle legate al fattore 'estraneo', accreditandomi presso gli intervistati.
Si è cercato di mantenere il tono informale di modo ché l'intervista risultasse meno sorvegliata possibile, facendo precedere lunghe chiacchierate ‘neutre' fino a raggiungere, quando è stato possibile, un grado di confidenza tale da risultare quasi spontanee. La maggior parte degli intervistati, che si sono resi disponibili in un dato Circolo o in una data città, si conoscono l'uno con l'altro. Non è da stupirsi, premessa la natura dell'emigrazione trentina in Australia, ossia di gruppi familiari parentali, di compagni di viaggio o di lavoro, essendo stati i primi luoghi di occupazione comuni (miniere, dighe, gallerie, taglio della canna da zucchero, per citarne alcuni) ed essendo quasi forzato il punto di arrivo e di smistamento (vedi il campo di Bonegilla). Molti di loro, inoltre, hanno una spiccata propensione all'associazionismo, alla partecipazione attiva nella vita sociale e dei Circoli trentini; alcune riunioni nazionali, che si tengono sempre in una diversa città, avvengono a scadenza biennale, per gli "Youth meeting", e triennale per le "National Convention" nazionali.
Questo tessuto di stretti legami ha quindi facilitato il reperimento di una notevole quantità di informazioni e di materiale iconografico, una raccolta che si è protratta oltre il mese di ricerca sul campo. Premettendo che un'analisi metodologica necessita di tempi adeguati, a grandi linee si può comunque dire che l'occupazione degli intervistati è la seguente: la maggior parte dell'elemento maschile di prima generazione risulta aver svolto principalmente lavori rurali, in un primo ma anche in un secondo tempo, o di tipo artigianale, strettamente legato al settore edilizio (specie a partire dal secondo dopoguerra); l'elemento femminile di prima generazione ha svolto il lavoro di casalinga (nel senso allargato del termine perché le donne dovevano badare anche ai numerosi ‘ospiti', vedi boardinghouse) ma al medesimo tempo anche attività legate al settore primario, oppure, nello specifico, al lavori di sartoria. I discendenti di seconda e di terza generazione o hanno continuato l'attività avviata dai loro padri o, laureatisi, si sono affermati nel settore terziario.
La struttura del libro e il testo elaborato seguono alcune linee guida: a) Presentazione e analisi dei profili e della presenza areale del fenomeno emigratorio dal luogo di partenza a quello di arrivo, con cenni sulla presenza di emigrati trentini non coinvolti nelle interviste ma fibre determinanti del tessuto associativo trentino-australiano; b) Suddivisione dei profili personali per comunità di valle di partenza e la modalità di emigrazione, trattandosi essenzialmente di chain-migration che coinvolse quindi famiglie strettamente imparentate fra di loro, il tipo di occupazione della prima generazione e specializzazioni successive; c) Il testo (bilingue italiano-inglese o trilingue italiano-dialetto-inglese) non si limita a tracciare brevi biografie personali singole ma pure quelle di nuclei familiari parentali; viene corredato da un'esauriente documentazione iconografica (foto degli intervistati e delle loro famiglie possibilmente anteriori al 1973, foto di navi, documenti personali e autografi, ecc.); d) Il testo contiene dati anagrafici (limitandosi per la privacy all'anno di nascita), tipi di lavoro svolto, luoghi di lavoro, attività sociali, testimonianze, impressioni personali, aneddoti, attraverso discorsi diretti in lingua originale (italiano popolare, lingua madre, code-mixing, code-switching, calchi, uso di culturemi, ecc.) atti a dare una connotazione diatopica e diacronica dei 150 soggetti intervistati; e) Il testo è volutamente povero di note per non appesantire l'impaginato, se non per citazioni dirette, aggiunta di informazioni, specificazioni o per sciogliere dubbi semantici; in linea generale si rimanda alla bibliografia in calce per eventuali approfondimenti.
Si ringraziano indistintamente tutti gli intervistati in Australia e in Trentino, e inoltre Lorenzo Dellai, Iva Berasi, Carlo Basani, Ferruccio Pisoni, Rodolfo Taiani, Patrizia Marchesoni, Valentina Galasso, Paola Demanincor, Andrea Tomaselli, Romano Magrone, Fabrizio Bozzato e, in particolare, Padre Ferruccio 'Frank' Bertagnolli.
Ci si scusa con i trentini e i trentino-australiani che non compaiono in questa pubblicazione, in special modo con i fratelli Artini di Adelaide (problemi tecnici di trasmissione) e altre persone che fanno parte della storia dei Trentini in Australia, ma che non è stato possibile inserirle in questo libro, come ad esempio le famiglie trentine presenti in Tasmania e nel Nord Queensland (problemi oggettivi legati all'angusto lasso di tempo per la raccolta delle interviste in Australia).
Si coglie altresì l'occasione per ringraziare chi ha svolto una preziosa attività di conforto e sostegno spirituale alla comunità trentina ricordando i sacerdoti missionari che hanno speso la loro vita in terra australiana. Meritano una menzione speciale, oltre al Confalonieri: Padre Bortolo Fedrigotti, salesiano (di Tiarno di Sotto), inviato a Melbourne da New York, nel 1930, per amministrare la prima fondazione dei Salesiani in Australia (Subury). Ha benedetto la bandiera del primo Circolo Trentino in Australia. Fu il primo Provinciale dei Salesiani in Australia. Morì nel 1964. Padre Giulio Chistè, salesiano (di Lasino), arrivato in Australia nel 1954 dalla California. Molto conosciuto e amato dalla comunità trentina di Melbourne. Morì nel 1996. I Padri Benedettini a Arcadia (Sydney): Gabriele Pedron (di Terres, Val di Non), Beda Barcatta (Val dei Mòcheni); Fra' Ugo Eccher (di Quetta, Val di Non). Padre F. Bertagnolli, Salesiano (di Taio, Val di Non). Padre Ennio Mantovani, dei padri Verbiti - Divine Word Missionaries (di Riva del Garda). Da ricordare che nel 1977, mons. Alessandro Gottardi, come arcivescovo di Trento, ha fatto una visita pastorale ai missionari e alle comunità trentine in Australia, seguito nel 2003 da mons. Luigi Bressan, che partecipò all'VIII Convention dei trentini in Australia, insieme al Coro Città di Ala.
In conclusione, i trentini australiani ci tengono a ringraziare il Coro Valsella per la visita nel 2000, e il gruppo "Destrani" nel 2006, entrambi molto apprezzati.
| Allegato | Dimensione |
|---|---|
| AustraliaSelezione.kml | 3.6 KB |